17 giugno 2013

appunti per luciano.


“Ciao Peppe, ascolta, sono in studio da alcuni amici ma ce ne stiamo andando. Forse al massimo ci fermiamo a prendere una birra per via, comunque niente di lungo. Quando sono sotto casa tua ti faccio uno squillo così mi apri.”

Subito dopo sono in macchina con Piero e Sara sulla Prenestina e piove. Pensiamo di chiamare Luciano, che dopotutto si è laureato quella mattina insieme a tutta una serie di amici suoi e dovrebbe essere da qualche parte a festeggiare il suo accesso al mondo della disoccupazione. Gli chiedo se è ubriaco, dopotutto è quasi mezzanotte, e lui mi risponde con una lucidità davvero poco convincente che non lo è affatto e che è appena uscito da una pizzeria a Trastevere. Manda i saluti a Carlo - un amico comune che vive a Berlino e che secondo lui dovrebbe trovarsi per qualche oscuro motivo in macchina con me in quel momento - e soprattutto ci tiene a sottolineare che lì dov’è lui non piove ancora. Piero giustamente mi suggerisce di chiedergli in quale fuso orario si trova questa pizzeria a Trastevere, così per orientarci.
Lo raggiungiamo che ha smesso di piovere e mi domando se gli ubriachi non abbiano poi alla fine più ragione di chi li deride. 
L’assenza di barcollo e la compostezza che bene o male lo ha sempre contraddistinto ingannano un osservatore esterno. Lo vedi lì, a conversare amabilmente, e sembra quasi che va tutto bene, e che sarà una serata come tante altre, poi ti avvicini, ci interagisci, e ti rendi conto che sei entrato in un circo. I mangiatori di fuoco, i trapezisti, gli elefanti volanti e in sottofondo Moira Orfei che canta I migliori anni della nostra vita. Perché dopotutto ci si è appena laureati e un minimo di nostalgia e malinconia ci stanno. Insomma una serata che vale la pena ricordarsela caro Luciano, e visto che lo so che di quella notte hai accumulato più postumi che ricordi, ecco qualcosa di vago e superficiale, ma che almeno così c’è e non si perde. Giusto per il gusto di contribuire ad una reminiscenza, per restituire dignità ad una serata che rischierebbe di venire sottovalutata. E durante la quale, soprattutto, la dignità non è stata proprio presa in considerazione.

La pizzeria sta chiudendo e subito fuori c’è questa ventina di persone vicine tra loro, che da lontano sembra tutto un insieme unico e da vicino invece sono tanti piccoli gruppi. Una massa che in qualche modo sta festeggiando e al tempo stesso sta cercando di dimenticarsene la ragione. Appena ci avviciniamo Luciano inizia a presentarmi gente. Sembra che lo faccia quasi in maniera mirata, selezionando le persone, ne chiama uno alla volta e un po' a voce bassa mi introduce dicendo il mio nome e cognome. Due chiacchiere e poi ne chiama un altro, tipo ad un ricevimento della corte della Regina Elisabetta. Dopo un po' mi accorgo che non c’è una vera selezione della gente visto che, uno ad uno, li chiama praticamente tutti e bisbiglia il mio nome. E cognome. Come se fossi una celebrità o più probabilmente un latitante.

- Luciano, abbi pazienza.
- Ma perché?
- Se quando mi vuoi far conoscere una persona ammicchi la gente si fa strane idee.
- Ma perché?
- Ma non lo so, mi sento in imbarazzo.
- Ma perché?
- Mi hai presentato pure al tipo che vende le rose, dicendo nome e cognome. Ammiccando. il minimo è che la gente pensa che siamo fidanzati.
- Perdono.
- No ma tranquillo, che perdono. stai sereno!
- Scusa.
- Ancora? Ma vai facile, non ti scusare, veramente! È solo che non me ne voglio tornare a casa con una rosa stasera.
- Rosa.
- Lucià, ma stai cantando Tiziano ferro?
- Posa.
- Cazzo.

Dalla pizzeria ci spostiamo, ormai gruppo ristretto, in un bar poco distante, di quelli che c’hanno le luci al neon dentro e forse pure fuori e che le buttano fuori, su Trastevere infrasettimanale e insonne, come fossero secchiate d’acqua, a creare macchie enormi e fredde su un pavimento che altrimenti è ovattato, morbido e forse pure giallo.
Beviamo delle cose appoggiati ad una macchina nella piazzetta di fronte al bar, con l’unico apparente scopo di mettere alla prova la cena. Mi viene in mente quasi subito che io e Piero abbiamo cenato poche ore prima, incoscientemente, con diverse birre e una busta di patatine.
Siamo meno di dieci, ma sembra che siamo tutta l’Italia nata negli anni ottanta, quando non si aveva paura di niente e di nessuno, nemmeno di creare una generazione come la nostra. Mi piace immaginare gli anni ottanta come il decennio della plastica. Non è vero però ecco, negli anni ottanta si inventano la plastica e tutto diventa più bello e più ricco e più possibile. Il decennio dell’onnipotenza, delle infinite destinazioni commerciali, del petrolio come base naturale. Dove il progresso afferma l’obsolescenza del legno e del vetro e del metallo. Il decennio durante il quale si inventano pure noi, nati insieme alla plastica, e che trentanni dopo ci siamo dovuti inventare il riciclo e la raccolta differenziata.
La maggior parte di noi dieci si sono laureati quella mattina, qualcuno per la seconda volta. Un paio lo sono da tempo, tipo il sottoscritto. Tutti, tranne una, sono in cerca di un lavoro vero. E nessuno sa davvero che cosa farà da grande.
L’unica con un lavoro più lavoro di tutti gli altri sembra essere Lucia, una ragazza molto carina e appariscente scritto tutto in corsivo con le virgolette. Ad un certo punto imprecisato della serata qualcuno sembra accorgersene, o semplicemente ricordarsene, iniziando a voler entrare a tutti i costi tra quelle virgolette. Allo stesso tempo Luciano comincia ad eliminare pian piano tutta una serie di filtri e codici relazionali nei confronti di tutti, concentrandosi su un solo ed unico elemento di conversazione per ciascuno dei presenti, indipendentemente da cosa si parla. Situazione che diventerà praticamente ingestibile a fine serata, quando ripeterà a nastro ad ognuno di noi, a turno e con un frequenza imbarazzante, cose del tipo:

Io: Venire a trovarmi a l’aquila giovedì. Partire insieme anche se lui sta impegnato. Poi comunque ci sentiamo.
Valeria: Andare a prenderlo a casa l’indomani mattina alle undici meno cinque per accompagnarlo ad un improbabile appuntamento su skype.
Lucia: Opportunità o meno di essere biondi.
Fabrizio (l’enorme pazientissimo coinquilino): Riportarlo a casa. Ogni cinque minuti.

Il bar chiude, la macchia di neon scompare, e qualcuno dice di andare a San Lorenzo per proseguire. Ci infiliamo in un paio di macchine dandoci appuntamento da qualche parte che poi finisce sempre per essere Celestino.
L’annoso problema di dove far sedere in macchina il tipo messo peggio si presenta anche quella notte. Lo butti sul sedile posteriore in preda alla scomodità e al mal di macchina ma dove almeno si sta fermo, oppure ti accolli il rischio di farlo sedere davanti dandogli la possibilità di interagire col mondo e soprattutto con l’autoradio? Rischiamo. Facciamo malissimo.
Durante l’interminabile viaggio verso San Lorenzo ascoltiamo penso una quindicina di volte tutto l’intera gamma delle medie frequenze, con piccoli e brevi indugi provocatori su Radiomaria.
Siamo praticamente arrivati a destinazione (e sta per venirci a tutti un ictus collettivo) quando vediamo un tipo al centro della strada con le braccia alzate. Non si capisce bene chi sia ne che cosa voglia, fatto sta che sta in mezzo e Valeria si ferma. Luciano abbassa il finestrino e il tipo vuole un passaggio a Termini. È un tipo un po' singolare, e in effetti pure un po' plurale, visto che continua ad alternare schizofrenicamente facce minacciosissime a facce piacione e amichevoli. Siamo lì che lui cerca di convincerci, si presenta a tutti e io quasi temo che Luciano mi introduca con il solito sguardo complice. Però non lo fa, si limita solo a dargli la mano, lasciandogliela per ore, e intavolando una bella e cortese conversazione sull’eleganza e l’opportunità di parcheggiare lì nei pressi. Il tipo fuori, che si chiama Federico, pare dubbioso sulla mancanza di disponibilità da parte di Luciano e di noi altri e prosegue l’interessantissima discussione con una retorica non certo priva di una qualche efficacia. Luciano ascolta con trasporto e coinvolgimento le sue speculazioni, sempre mano nella mano, alimentando nel sottoscritto derive epistemologiche su quello che sta accadendo. Il fascino di stare in mezzo alla strada fermi in macchina, con un tipo che tiene per mano il tuo amico seduto davanti (autoelettosi tra l’altro miglior interlocutore per una situazione del genere) è sicuramente altissimo. Inizio ad accarezzare l’idea di addormentarmi in macchina, in mezzo a quell’incrocio di San Lorenzo, cullato da una parte dalle filosofie di Federico sulla fenomenologia di andare alla stazione tutti insieme, sulla canna che ci vuole offrire, sulla necessità di un nuovo paradigma dell’autostop, e dall’altra dalle minute risposte di Luciano, che fondamentalmente dice sempre la stessa cosa, guadagnandosi l’eterno appellativo di Luciano Meraviglia.
Poi Valeria, vivaddio, decide di ripartire e approdiamo due minuti dopo in una strada che è evidentemente troppo tardi e troppo lunedì per trovare sveglia come sempre.

Quello che sicuramente non puoi sapere, caro Luciano, perché non c’eri, è ciò che è successo quando ci siamo salutati. Quando, dopo l’ultima birra presa insieme in cerchio su un marciapiede sorprendentemente deserto, tu te ne sei tornato a casa in preda a legittime preoccupazioni inutili, scortato da Fabrizio e accompagnato da Valeria, noi ci siamo resi conto che una notte così lunga non poteva finire su un marciapiede.
Così sulla strada del ritorno Piero mi fa:

- Tu l’hai mai visto il Cuppolone nella serratura?
- Ma quello dei film?
- Esatto! Al giardino degli Aranci.
- No.

E così andiamo io lui e Sara, che quasi stavamo tornando a casa, verso questo fantomatico Giardino degli Aranci, all’esterno del quale ci sono dei palazzi e tu ti guardi un po' intorno e poi infili l’occhio nel buco della serratura di quello che sembra un portone enorme qualsiasi e dall’altro lato vedi, perfettamente allineato, il Cuppolone di San Pietro. La prospettiva è talmente precisa che sembra finto. Già comincio a pensare che dall’altro lato c’hanno appiccicato una cartolina, quando Sara dice che c’è un cancello più in là, e che se magari è aperto si entra nel giardino e poi in fondo c’è una terrazza proprio sopra il Tevere e si vede mezza Roma dall’alto che è l’alba ed è tutto in silenzio e c’è il sole che viene su pianissimo a destra e poi è il Giardino degli Aranci, dai.
Io gli dico molto chiaramente che va bene, fico, andiamo a vedere. Però aggiungo anche che se per caso dovesse mai essere aperto quel cancello alle cinque di mattina e noi riuscissimo ad entrare nel Giardino Segreto delle Favole di Roma, io su uno di quegli aranci - con enorme rispetto per il giardino ma ancor più per le occasioni della mia vita - ci piscerei sopra.

Luciano, che te lo dico a fare.

03 giugno 2013

sto cercando di smettere di fumare poco.


Ho iniziato a fumare, come credo la maggior parte delle persone, per un problema di età. Avere quindici anni, diciamoci la verità, è sempre stato problematico. E non voglio dire che i quindici anni siano di per loro una cosa brutta, assolutamente. Dico solo che lo è averceli.

Io ce li avevo nel 1999, e in particolar modo ce li ho avuti durante l’estate di quell’anno, quando la mia ragazza del tempo mi lasciò. A Benevento non c’era molto da fare avendoci quindici anni nel 1999, nemmeno d’estate. Al di là di radunarsi per strada senza motivo, correre in motorino e cercare di crescere in fretta e in silenzio, l’unica cosa che potevi fare era innamorarti perdutamente di qualcuna. Così mi innamorai in anticipo, che stava ancora finendo l’inverno, e fu la prima volta. Fu bellissimo, immaginavo che saremmo stati insieme per anni nutrendoci solo del nostro imperituro amore, e che avremmo campato allevando farfalle nei rispettivi stomaci.
All’inizio di quell’estate lei fu così cortese da aspettare che partissi in vacanza con i miei per potermi lasciare al telefono, dicendomi che era stata con un altro, e forse ci stava ancora. Fu bruttissimo, eravamo stati insieme per mesi e non me l’aveva mai data nemmeno una volta. In quel momento fu come se tutte le farfalle che c’avevo nello stomaco si fossero trasformate in calabroni. Nemmeno api, che uno almeno poi cresce e diventa apicoltore comunista, calabroni.

Così, qualche tempo dopo, l’11 agosto di quell’anno, fumai la mia prima sigaretta. Eravamo a casa mia, la mia famiglia era via da qualche parte e io ero rimasto in città, a casa da solo per qualche giorno. Avevamo organizzato un piccolo “incontro festivo”, come direbbe mio padre, tra i soliti amici di sempre del momento. Quel giorno me lo ricordo che eravamo in pochi e che faceva caldissimo, che c’era l’eclissi totale di sole e che non ci sarebbe stata per tantissimo altro tempo. Si vedeva dall’Italia, ed era un evento unico, soprattutto perché significava che finalmente anche a Benevento succedeva qualcosa d’estate.
Mi ricordo che c’era pure lei e mi ricordo che il tabacco mi dava alla testa e mi faceva mancare il fiato. Il corpo allarmato mi dava segnali, mi diceva attento che è un veleno, e io rispondevo che a saperlo prima pure lei mi faceva girare la testa e mi toglieva il respiro. Quella stronza.
È stata la mia scusa per iniziare a fumare. A pensarci ora avrebbe potuto essere qualunque cosa e il mal d’amore non c’entrava niente, che fosse per quello a quest’ora saremmo tutti eroinomani. Cercavo in qualche modo di lasciarmi definitivamente l’infanzia alle spalle e fumavo credendo di reagire, di riempire un vuoto, di rimediare ad una debolezza (che poi era solo la debolezza di non fumare). Cercavo un modo convincente per accettare il fatto che stavo crescendo. E fumare forse mi pareva la strada giusta per accorciare i tempi del diventare grande e mettere da parte le domande. Sono diventato un po' più grande perché fumo (e non per tutto il resto).

Adesso c’ho quasi il doppio degli anni, nessuna ragazza mi ha lasciato di recente, la prossima eclissi totale pare sarà il 3 settembre 2081 e nel frattempo cerco di fumare ogni giorno un po' di più. Così, per non sbagliare.

29 aprile 2013

lucciole.



- che fai nella vita?
- rincorro lucciole.
si mette a sorridere con gli occhi e anche un pò con le labbra. però con le labbra non così tanto, perchè mi deve subito domandare.
- rincorri lucciole?
- già.
- e che vorrebbe dire?
- che un pò corro e un pò sto fermo.
adesso sorride anche con la bocca, e non dice niente.
- però non è che va tanto bene, ultimamente non corro quasi mai.
- e perchè?
- perchè le lucciole sono sempre di meno, come le lumache.
- le lumache.
- le lumache. le lucciole mangiano le lumache.
- ma che stai dicendo?
- la verità. e le lumache mangiano più o meno qualunque cosa pianti in un orto, un po' come noi. in fondo noi mangiamo più o meno qualunque cosa piantiamo in un orto. a parte i cavoli, che molti non li mangiano, perché poi quando li cucini puzzano.
- e allora perché non evitiamo di piantarli e basta?
- mah, non saprei. però il fatto è che sono lì, in mezzo all’orto, insieme a tutto il resto e insieme al veleno per le lumache. tu lo sapevi che il veleno per lumache è azzurro?
- no, non lo sapevo. ma scusa, e le lucciole?
- le lumache muoiono e così le lucciole se ne vanno.
- e dove vanno?
- non lo so, ma non mi va di correre così lontano.

21 aprile 2013

sette motivi a caso per fare la rivoluzione.




La fuga dei cervelli Espressione direi superata, nei fatti e nei tempi, visto che dal nostro paese i cervelli pare se ne siano ormai già andati tutti. L’emigrazione resta comunque un problema, considerando che stiamo assistendo anche alla fuga dei muscoli, del colon e di buona parte del sistema cardiocircolatorio. I fegati se ne sarebbero andati per primi in verità, ma ce li siamo rosi così tanto che hanno detto vabbè, dove cazzo andiamo così combinati. Insomma se continua così chi rimane sono solo i testicoli.
Portando avanti una rivoluzione non solo si potrebbe puntare ad un’ascesa di autostima, di coinvolgimento, di definizione identitaria per cui giovani e meno giovani desidererebbero fortemente (e non solo accetterebbero) di vivere questo paese, ma si potrebbe comunque chiudere i confini, che non si sa mai, visto la rivoluzione va protetta e chi la abbandona è nemico. Adesso emigra se ci riesci, stronzo.


Il rinnovamento della classe dirigente Su questo punto non credo ci sia molto da discutere. La classe dirigente di questo paese ha sempre avuto il cattivo vizio di sopravvivere a tutto, anche ai rinnovamenti. Che poi in realtà più che rinnovamenti si è trattato di aggiustatine certificate. Classe dirigente refurbished! È sempre quella di qualche tempo fa, usata, esposta, toccata da tutti, un po' sporca, ma può essere tua come se non fosse mai successo nulla. La classe dirigente migliore di sempre, oggi ancora più sottile. Si assottigliano ma non possono morire. E non è colpa dei conservatori, è colpa dei conservanti. Un istituto inglese sta studiando il metabolismo dei maggiori esponenti di parlamento, sindacati, mondo industriale e finanziario, e pure di diversi intellettuali del nostro paese, per pubblicare una ricerca sulla colonnina di destra di Repubblica.it in cui si afferma che bisogna mangiare prevalentemente frutta e verdura e bere almeno due litri di acqua al giorno.


Il ruolo in Europa Diciamoci la verità, una delle prime esigenze che porterebbe il popolo italiano a ribellarsi, almeno dall’Illuminismo ad oggi, è la voglia di andare a Parigi e urlare “Campioni del mondo! Campioni del mondo!” senza sentirsi in difficoltà perché poi loro hanno fatto la rivoluzione e noi no.


La corruzione e la ridistribuzione della ricchezza La rivoluzione garantirebbe certamente l’annullamento di opere pubbliche, bandi, finanziamenti nati dalla responsabilità civile di mangiarci un po' sù, a vari livelli ma non troppi, tipo un primo e un secondo e basta. Perché ormai sono finiti i tempi in cui ci si mangiava tutti, i tempi del buffet, in cui la corruzione poteva essere tollerata socialmente ed economicamente, e col passare del tempo si è arrivati a riconoscerla solo e soltanto un problema enorme, un cancro terribile e sempre più evidente, che prosciuga la maggior parte delle risorse più genuine che abbiamo. Ecco, la rivoluzione - con le sue intrinseche capacità di valorizzare ed esaltare le eccellenze di un popolo - riuscirebbe a cancellare la corruzione come problema, portandola a livelli di efficienza e produttività che la democrazia stenterà sempre a raggiungere. Tartine per tutti.


La crisi culturale Dopo essersi resi conto, durante i primi moti, che andare in piazza a twittare in maiuscolo non è abbastanza rivoluzionario, verrebbero creati e promossi hashtag come #pensaminuscolo e #marciasuroma che costituirebbero, oltre alcune delle parole d’ordine di questa matura riappropriazione del proprio futuro, anche i primi tra gli hashtag di rivoluzione, gli unici ad essere autorizzati da un’apposita commissione culturale dopo il sovvertimento dello status quo.
La RAI verrebbe privatizzata giusto un attimo prima di nazionalizzare tutte le maggiori aziende private. La tv in generale diventerebbe solo cinema, niente più programmi di varietà, niente Pippo Baudo e Milli Carlucci, ma anche niente informazione. Nessuno parlerebbe più ai giornalisti, nè questi avrebbero bisogno di esistere, non essendoci più alcun tipo di casta da attaccare o da costituire.
E poi verrebbero oscurati tutti i blog, finalmente, che sarebbe pure ora.


Il precariato, la famiglia e i genitali maschili Anche se nel post-rivolta, per ovvie ragioni, il pilastro della società non dovesse essere più così esplicitamente la famiglia, la situazione di quest’ultima sarebbe senza dubbio migliore di quella attuale, e ci vuol poco. La precarietà sarà solo un ricordo e chiunque a ventanni potrà ipotecare il resto della propria vita lavorando sempre e per sempre. Così, tra i diversi vantaggi che tutto ciò comporta, non ci sarà più il problema di giovani coppie che non possono concentrare le proprie ansie su di un figlio perché ce le hanno tutte occupate sulla mancanza di una sicurezza economica. 
Inoltre credo vada assolutamente sottolineato l’enorme beneficio che avranno i giovani italiani maschi, quasi trentenni e fidanzati, e il loro sistema riproduttivo. Visto che sarà possibile concepire una famiglia serenamente, senza arrivare ad età limite, non ci sarà più l’angoscia dell’orologio biologico della propria ragazza. Questo implicherà due enormi vantaggi non solo per i ragazzi, ma nello specifico anche per i loro genitali: l’essere usati efficacemente al momento opportuno, diciamo intorno ai venticinque anni, e soprattutto il non essere frantumati da continue discussioni e paturnie di coppia appena si superano i trenta.


I libri di storia La cosa migliore è che se davvero facessimo una rivoluzione seria, se vincessimo, potremmo finalmente scrivere la storia. Una possibilità che, da come mi è stato insegnato, è prerogativa dei vincitori - e fino a questo momento ancora non è stato chiaro chi sta vincendo cosa, ma di sicuro noi no.
E sarebbe una cosa grandissima avere la possibilità di scrivere personalmente la storia in un libro, quella storia che resta veramente e poi si legge a scuola, quella su cui verranno interrogati tutti i ragazzetti delle medie nel 2068, di cui si fa sempre fatica a ricordare le date e i nomi, e sulla quale si tenteranno revisionismi appena è possibile. E sarebbe una cosa così grande perché racconterebbe i nostri ricordi di quegli anni e di quei giorni, i nostri disagi nel fare una rivolta, la nostra assoluta incapacità nell’immaginarla e il vuoto da cui non si è capito come sia potuto nascere tutto.
E così mi immagino che dopo tanti giorni fuori in piazza te ne torni a casa, la rivoluzione è fatta, e sul tavolo della cucina trovi una busta indirizzata a te. Dice che è arrivata ieri, a tutti, e dentro c’è un quaderno bianco spedito da una cosa tipo il comitato rivoluzionario centrale. E c’è anche un biglietto, che dice “Se la memoria non ci ha aiutato ad imparare la storia, ci aiuterà ad insegnarla”.

21 marzo 2013

che fretta c'era.



Una volta ero in Calabria a fare una di quelle vacanze di quando c’hai ventanni e ti metti da parte i ricordi per quando ne avrai sessanta, e insomma finì che dormimmo in spiaggia. Quando mi svegliai mi avevano rubato tutto, cioè il piccolo zaino sul quale ero convinto di stare dormendo. Mi ritrovai a bestemmiare, di buon mattino, pensando che qualcuno aveva in qualche modo trovato redditizio un costume da bagno, delle mutande, un portafogli con una trentina di euro e con una serie di documenti, e una moleskine.
Per il costume e le mutande poveri loro, per i soldi povero me, i documenti li fecero ritrovare - galantuomini che non sono altro - e poi c’era la moleskine. E io fino ad oggi, tutte le volte che c’ho pensato, ho bestemmiato ancora e sempre contro di loro. Quel taccuino, oltre a contenere i vari ricordi di quella vacanza che adesso quando avrò sessantanni che faccio, custodiva nella tasca interna una vecchia foto in bianco e nero. E in quella foto era ritratta una ragazza sorridente, seduta nel bagagliaio di una Mini Clubman, quelle Mini fighissime che dietro si aprivano tipo furgoncino. Una foto che avrebbe avuto tutte le caratteristiche per essere la migliore foto hipster del millennio, se non fosse che a quel tempo gli hipster non esistevano e il mondo era semplicemente conosciuto come “la fine degli anni settanta”, e se non fosse, soprattutto, che quella ragazza era mia madre (e se a mia madre oggi gli dici hipster lei ti porta una pizza rustica. Così, per sicurezza).
Mi sono sempre chiesto che diavolo gli costava a quei gentiluomini riconsegnare anche il taccuino. Di sicuro lo avranno aperto, per vedere se c’erano soldi, e magari avranno visto pure la foto. E che ci fai con una foto del genere? Mi hai ridato il bancomat, signore che sei, ridammi anche la foto. È importante, è mia madre, per ma ha un significato, è un documento della sua e della mia vita. E che significato può avere mai per te, buonuomo, che non hai nemmeno idea di chi diavolo sia quel sorriso che stai guardando?

Poi è successo che ero a Palermo, l’altro giorno, a passare uno di quei periodi di quando c’hai trentanni e ti metti da parte i ricordi per quando… vabbè, a qualcosa dovranno pur servire prima o poi.
Scendo di casa e proprio di fronte al portone del mio palazzo trovo questa foto, piegata a metà, e basta. La raccolgo, la osservo, e mi guardo intorno. Non so se per il timore di essere stato visto da qualcuno, colpevole di aver preso qualcosa di non mio, oppure se alla ricerca della ragazza della foto, a cui magari era appena caduta, come per restituirgliela.
In entrambi i casi quel mio guardarmi intorno non ebbe riscontro. Le cose a Palermo cadono in continuazione, senza che ci si faccia poi caso. Si cammina su strade di cose cadute, e intanto si continua a guardare sempre il cielo, aspettando quello che di nuovo arriva.
Prendo la foto e me la metto in tasca, per avere la libertà di dimenticarmela. Che è facile perdere senza dimenticare, ma è molto più difficile il contrario. Così, con leggerezza, mi affido alla convinzione che sarebbe risaltata fuori, e infatti succede, oggi. Sullo stesso marciapiede, oltre ad una foto che ritrae venti uomini in posa, perfettamente vestiti da loro stessi, trovo un attestato di licenza elementare di quasi cent’anni fa. L’attestato, firmato dal podestà del tempo, qualunque cosa dichiari, afferma in qualche modo l’infanzia di una ragazza di nome Teresa, a Palermo.

E così, tornato a casa, vado a riprendere la foto di quella ragazzina con gli orecchini d’oro e mi immagino che magari è lei Teresa, che sorride educata a quel Regno d’Italia che l’ha istruita e formata. Quel Regno d’Italia che da parte sua non sorride quasi mai, intento com’è a prendersi sul serio, e che sembra essere tutto quanto nel ritratto di quei venti uomini tutti insieme su un piccolo terrazzo, tutti seri in uno qualunque dei giorni di festa, che in una galleria di arte contemporanea lo intitolerebbero “benessere su sfondo povero”.
Magari uno di loro è il padre di Teresa, penso, e finisce mi metto a fare tutti i confronti sulle fisionomie e mentre sono lì mi accorgo che sto cercando di costruire una storia che non esiste. Una storia nata su un marciapiede. Cerco di mettere insieme elementi che non si erano mai incontrati prima. Io Teresa non la conosco, come non conosco nessuno di quei venti uomini, né tantomeno la ragazzina con gli orecchini d’oro, che ovviamente non è detto sia Teresa. Eppure mi ci sono buttato a capofitto, senza pensarci… perché tutta quell’urgenza, che fretta c’era? Sarà probabilmente il bisogno di dare una forma a qualcosa che pur essendo autentica non contiene nessuna verità. Sarà la voglia di immaginarsela quella verità, quell’improbabilità, finendo forse per trasformare quelle foto in tutto, meno che in un documento. Sono pungoli, incoraggiamenti a rilanciare sul buio, con la consapevolezza che di fantasia non si perde quasi mai.

Non credo che perdonerò mai davvero quei nobiluomini che si presero la mia roba, ma adesso mi piace immaginare che magari uno di loro, vedendo la foto di quella ragazza seduta nel bagagliaio di una Mini Clubman, avrà pensato che potesse essere la destinataria di una lettera d’amore trovata stropicciata in un portafogli la notte prima, oppure la proprietaria di un ciondolo di coralli rossi “rinvenuto” l’altra settimana. E forse, come io ingenuamente cerco di ricostruire storie invisibili attorno a cose cadute su un marciapiede, lui faceva lo stesso con gli oggetti di quella spiaggia. Oppure era soltanto un bastardo e basta.

In ogni caso, se qualcuno rivedendo questa foto riconoscesse Teresa - o chiunque sia - si faccia vivo, che i ricordi immaginati sono bellissimi, ma alla fine quelli veri di più.

10 febbraio 2013

sono figlio di un ufficio. (vol.6)


Ciao.

Non so se ti potrà risultare utile, ma sarebbe opportuno che tu prenda visione della trasmissione TG2 SI VIAGGIARE del 14/12/2012 che, in uno ad altri servizi giornalistici, ha trasmesso un approfondimento sui palazzi nobiliari di Palermo.

Non sarebbe di secondaria importanza considerare anche il seguente testo: DIMORE DI SICILIA - Arsenale Editore - Autore Angheli Zalapì - Introduzione Gioacchino Lanza Tomasi - Fotografie Melo Minnella.

Un saluto.

Papà

P.S.: Mamma mi ha comunque riferito di aver visto recentemente in tv un altro programma ben fatto su una residenza nobiliare di Palermo, ma non ricorda il nome del programma e la data. A suo dire sarebbe molto interessante cercare di rivederlo.

04 febbraio 2013

svegliami.



Sabato pomeriggio mio zio mi chiama e mi dice che il giorno dopo devo lavorare. Io sospiro, come tutte le volte. Lui dall’altra parte se ne accorge e, come tutte le volte, mi dice “ragazzo, chi non lavora non fa l’amore…”, come se avesse appena detto una frase di Gandhi. Mi dà appuntamento alle dieci e mezza, dice di salutare i miei e riaggancia.

Mio zio ha una agenzia di onoranze funebri, e ci tiene a chiamarle così e in nessun altro modo, perché quando dici pompe alla gente gli brillano sempre un po' gli occhi. Non mi chiama spesso, di solito lo fa solo quando manca qualcuno dei suoi. E anche in quel caso non lo fa volentieri. Credo mi chiami solo perché sono a spasso e mia madre è preoccupata. E io accetto solo perché mia madre è preoccupata e voglio continuare a stare a spasso per tutto il resto del tempo. Così mi tappo il naso per qualche ora, e faccio finta davanti a tutti di aver accettato l’abitudine che ha la gente di morire in continuazione.

Quando arrivo al mattino capisco che, come previsto, due di quelli che lavorano con mio zio, padre e figlio, ad un certo punto se ne devono andare, perché a mezzogiorno si sposa la cugina o non so chi, nella chiesa del paese accanto. E così fanno quello che devono fino al funerale, e poi se ne scappano di corsa al matrimonio, fortuna loro che il vestito buono già ce l’hanno addosso. Al cimitero il morto ce lo porto io.
Mio zio mi dice che devo stare attento e guidare pianissimo, che l’ultima volta andavo troppo veloce, che la gente deve poter piangere senza preoccuparsi del morto che scappa, che ci vuole rispetto per il dolore delle persone. Dice che lui questa volta sarà dietro il carro a camminare in mezzo a tutti gli altri perché il tipo che è morto era il fratello di uno che lavora a Roma, il portaborse di uno stronzo qualunque. Dice proprio così.

In chiesa c’è tutto il paese e io mi metto fuori a fumare. Cerco un angolo all’ombra, non soltanto perché è agosto e si muore di caldo, ma soprattutto perché è agosto e mi sento un imbecille vestito così, e all’ombra mi pare di nascondermi.

Guido coi finestrini chiusi, quaranta gradi fuori e dieci dentro. Il cimitero sarà a nemmeno due chilometri, che però a questa velocità sembrano trenta.
Mentre mettevano la bara in macchina, fuori dalla chiesa, ho visto una mia amica che non piangeva. Aveva tutti intorno ma riusciva stranamente a tenersi sola. Facevamo le medie insieme. Il tipo che è morto era suo padre, stava svuotando il capanno da roba vecchia quando sono usciti fuori una trentina di calabroni, e lui pare fosse allergico.
Non la vedevo da anni, era abbronzata e i capelli erano più chiari di come mi ricordavo. Le ho fatto un cenno con la mano, da lontano, e da dietro gli occhiali scuri un po' le ho guardato le tette. Lei ha risposto senza dire niente. I funerali ti mettono a nudo più dell’estate intorno, ti mostrano fragile e ti costringono a chiedere aiuto e conforto anche se non vuoi. Mi sa che lei lo aveva capito e non reagiva. Non era dolore, era sgomento. Sgomento nel vedere che i funerali si fanno ai morti per i vivi. Credo che nessun morto abbia mai tratto alcuna utilità o piacere dal proprio funerale. Sono di quelle cose che servono alla città intorno per entrarti in casa e dirti non ti preoccupare tanto ci sono io, adesso puoi piangere, oppure adesso puoi crescere, o adesso puoi essere finalmente felice. Sono riti che la società organizza per se stessa, e chi sta in mezzo - non importa se col vestito scuro o con l’abito bianco - diventa strumento, pretesto.
Nello specchietto vedo una serie di donne vestite di nero con la bocca aperta, circondate da uomini che sudano, tra cui mio zio. Pregano e piangono ma resta tutto fuori da questa macchina, dentro non si sente niente, a parte il freddo dell’aria condizionata. Metto una mano sotto al sedile del passeggero e tiro fuori l’ipod.
Mi infilo un solo auricolare e metto a caso una selezione che avevo fatto chissà quando. Parte quell’album dei CCCP che non mi ha mai convinto, ma dove c’è la canzone che è sempre stata la più bella di tutte. E intanto penso a che rumore possono fare trenta calabroni quando sai di essere solo ad agosto.

Non alzo troppo il volume, quasi con la paura che da fuori sentano, e butto ancora un occhio allo specchietto. La fila di gente scura è sempre lì, e in mezzo ci vedo pure la mia amica. È senza occhiali da sole e muove le labbra come tutti gli altri ma fuori tempo, senza guardare né in basso né in cielo. Guarda dritto verso di me, occhi fissi, come se volesse entrare in macchina piano piano, dove c’è finalmente freddo, lasciare fuori il caldo torrido del funerale, l’afa della compassione.
La fisso anche io, tanto la strada fuori è dritta e ferma. Tutto intorno è completamente giallo. Lei continua a muovere le labbra e mi sembra quasi che ce l’abbia con me. E alla fine della prima strofa diventa chiaro, me ne accorgo davvero e per un momento ho i brividi. Alzo la musica per ascoltare meglio le parole e mi giro verso di lei per leggergliele sulla bocca. “E non c’è modo di fuggire. Svegliami, svegliami, svegliami.”